Comune di
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Salmour  Provincia di Cuneo
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SALMOUR - cenni di storia

Nel 901 l’imperatore Ludovico III dona al vescovo di Asti la località di «Sarmatorium», con la collina adiacente e 1070 iugeri di terra (circa 8,5 Kmq): si trattava di beni fiscali, in parte incolti – erano infatti in prossimità della silva Bannale –, anticamente compresi nel territorio del municipium di Augusta Bagiennorum. All’inizio del secolo X Sarmatorio appare, come insediamento, ben distinta dai villaggi confinanti di Bene (tutt’uno con l’azienda curtense omonima, in cui si erano insediati molti degli abitanti dell’antica città romana abbandonata) e di Lequio Tanaro.

 

La circoscrizione “provinciale” postcarolingia di cui Salmour fa parte è il comitato di Bredulo (I diplomi di Ludovico III e di Rodolfo II, pp. 38 sgg., doc. XIII [18 giugno 901]).

 

Tra la fine del secolo X e l’inizio dell’XI nella località – dove continuava peraltro a vantare diritti patrimoniali e giurisdizionali il vescovo di Asti – si era affermata la signoria di Alineo. Probabilmente Alineo aveva ottenuto dalla chiesa d’Asti, per feudo o per livello, le terre di Sarmatorio, visto che nel 1028 il figlio Abellonio poteva disporre di un terzo dei beni e della cappella di S. Pietro, che vennero attribuite in dotazione al monastero di S. Pietro di Savigliano, da lui fondato insieme con la moglie Amaltruda.

Gli altri due terzi, del  patrimonio fondiario spettavano ai fratelli di Abellonio, Robaldo e Aicardo, che vantavano diritti su gran parte del territorio alla confluenza di Tanaro e Stura, e alla sinistra del secondo fiume avevano beni a Cervere, Marene e Savigliano, con appendici patrimoniali nel Fossanese, a Caraglio e in altre località del Cuneese. Questa famiglia signorile in passato è stata chiamata dagli storici Alineide o Robaldina, ma in realtà a partire dalla seconda metà del secolo XI si autodefiniva col nome familiare de Sarmatorio, dalla denominazione del più importante castello che possedeva nella zona (AST, Corte, Abbazia di S. Pietro di Savigliano, m. 1, n. 3: copia moderna dell’atto di fondazione, datato 1027).

 

Tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII i de Sarmatorio, pur potenziando la loro presenza signorile nella zona (riappropriandosi delle quote di beni incastellati donati al monastero di S. Pietro di Savigliano), cercarono di convivere con il vescovo di Asti, che soprattutto a Bene aveva costituito uno dei propri nuclei di potere effettivo nel comitato di Bredulo. Attraverso donazioni a favore della chiesa astese e poi con patti stipulati con la medesima e con il nascente comune di Asti, i de Sarmatorio poterono assicurarsi il controllo di quattro territori contigui, posti sulle due rive della Stura: Sarmatorio, Monfalcone (insediamento abbandonato, corrispondente a S. Leodegario in territorio di Cherasco), Cervere e Fontane (Roreto di Cherasco). Nell’area di confine tra i due comitati postcarolingi di Bredulo e di Auriate si stava dunque delineando una nuova circoscrizione territoriale che faceva capo alla nostra famiglia. Questo progetto, coltivato dai de Sarmatorio (i quali cercarono accordi con la signoria contigua dei domini di Romanisio, nel Fossanese), fu poi parzialmente modificato, quando venne costituito un consortile signorile con i signori di Manzano, un castello sulla destra del Tanaro, che estendeva la propria giurisdizione anche sulla riva sinistra del fiume, fin sul pianalto Carrascum (dove nel 1243 sarebbe stata fondata la villanova di Cherasco), ai confini con il territorio di Monfalcone.

 

I signori di Manzano, di origine eterogenea – alcuni erano vassalli del monastero di Breme Lomellina, che possedeva beni nel territorio di Pollenzo, altri controllavano il planum Carrascum –, avevano interesse a collegarsi con i de Sarmatorio, per difendere la loro autonomia sia rispetto ai marchesi di Saluzzo, sia verso i giovani comuni di Asti e di Alba, che nella seconda metà del secolo XII avevano ormai avviato una complessa politica di espansione nel contado. È questo il periodo in cui la dozzina di famiglie che gestivano la consignoria di Manzano si aggregò ai de Sarmatorio e ai signori che ora controllavano il castello di Monfalcone, costituendo negli ultimi anni del secolo XII il consortile detto «dei signori di Sarmatorio, Manzano e Monfalcone», che prima del 1191 accettò un legame di subordinazione vassallatica dai marchesi di Saluzzo (Panero 1994, pp. 11-44).

 

Nel secolo XIII, mentre i de Manzano spesso furono alleati con Alba, i de Sarmatorio- Monfalcone furono per lo più alleati di Asti, senza però rompere i legami con i «consortes».  Il riavvicinamento dei de Sarmatorio ad Asti nel 1224, dopo che il comune urbano aveva occupato i loro castelli di Fontane e Cervere, li poneva ormai in balìa degli Astigiani. Quando nel 1236 fu fondata la villanova di Fossano, anche i de Sarmatorio furono danneggiati dall’iniziativa, dal momento che la villanova avrebbe assorbito anche i loro uomini. Pur destreggiandosi abilmente nei rapporti con il nuovo comune di Fossano – infatti nel 1238 un Giacomo Brizio è podestà di Fossano ed il nome Brizio appare in quegli anni tra i  componenti del consortile dei de Sarmatorio –, i signori vedranno progressivamente i loro uomini fondersi con la comunità della villanova. Infatti nel 1237 la comunità di Sarmatorio appare ancora distinta da quella fossanese, ma in un documento del 9 febbraio 1253 l’universitas di Sarmatorio, insieme con quelle di Romanisio, Ricrosio e Villamairana, riconoscono di aver ceduto al comune di Fossano, al momento della fondazione, tutti i loro diritti comunitari. Non fu cancellata per questo la comunità rurale di Sarmatorio, poiché i signori difendevano i loro diritti patrimoniali e, con maggior difficoltà, quelli giurisdizionali: ad esempio, nel 1248 alcuni signori cedettero i loro diritti al comune di Fossano, ma nel 1251 Giacomo Brizio era in lite con il comune. Altri signori, già nel 1240 avevano ceduto la loro giurisdizione a Fossano, riottenendola poi in feudo dallo stesso comune: ad esempio Grafio Pallio aveva rinunciato nel 1240 ai diritti su Cervere, Fontane e su altre località fra Tanaro e Stura, ma aveva riottenuto in feudo nel 1245 il castello e il territorio di Rocca Corvera, che costituiva una sorta di cuscinetto fra Salmour e Santo Stefano del Bosco (quest’ultimo territorio verrà incorporato a Cherasco). In contrapposizione con la politica di espansione del comune di Fossano, il 20 luglio 1275 il castello e il villaggio di Salmour furono donati, insieme con Villamairana, da Simondo Ruffino di Solere al marchese Tommaso di Saluzzo, il quale ne reinvestì subito il donatore a titolo di feudo oblato (AST, Corte, Provincia di Mondovì, m. 29, nn. 1-2 [20 luglio 1275]; Codex Astensis qui de Malabayla communiter nuncupatur, vol. III, p. 1164, doc. 971 [24 gennaio 1251]; p. 1172, doc. 977 [19 settembre 1276]; Il Libro Verde del comune di Fossano, p. 11, doc. 7 [7-12 dicembre 1251]; p. 20,  doc. 17 [23 aprile 1245]; pp. 22 sgg., docc. 19-21 [1277-79]; p. 36, doc. 24 [aprile 1287]; p. 83, doc. 73 [9 febbraio 1253]; p. 308, doc. 89 [31 agosto 1240]).

 

Ciò che probabilmente consentì a Salmour di sopravvivere come villa con un proprio territorio fu dunque lo scorporo di un settore dell’antica circoscrizione di castello, ma anche il fatto che l’avvento della dominazione angioina portò alla separazione di un altro settore territoriale, quello che faceva capo direttamente al castello di Sarmatorio, che gli Angiò assegnarono alla famiglia Bolleri e che nel 1276 i comuni di Asti e di Alba progettarono di distruggere, con il consenso di Fossano, che ormai si rendeva conto del reale pericolo di secessione del luogo dalla villanova. Con la fine della prima dominazione angioina su Fossano questa famiglia e i discendenti di Grafio Pallio (o Pallido: alcuni esponenti di questa famiglia erano anche insediati ad Asti nella seconda metà del Trecento: AST, Corte, Paesi per A e B, Nantea, m. 1, n. 1 [16 dicembre 1367]) rivendicarono il diritto di possedere i rispettivi castelli, sui quali Fossano intendeva imporre la propria giurisdizione (docc. del 1277-79 e 1287).

 

Se Fossano riuscì a recuperare nel 1279 il feudo di Rocca Corvera, i Bolleri conservarono invece il possesso del castello di Sarmatorio, del quale furono investiti per feudo nel 1309 da Roberto d’Angiò: è dunque questo il momento in cui si definiscono i territori di Salmour e di Fossano. Rispetto al territorio attuale Fossano controllava tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento anche un settore territoriale alla destra della Stura e a nord-ovest di Salmour (oltre a Pianbosco, a sud). Le successive trasformazioni territoriali   di Salmour si devono collegare alle vicende della famiglia Bolleri. Infatti i Bolleri nel 1418 risultavano essere in possesso di cinque parti del feudo di Salmour, di Roccacorvera e di un altro castello, quello di Castelmano, situato al confine con Bene: sia che il castello sorgesse nell’antico territorio di Sarmatorio, sia che invece fosse stato edificato in area già pertinente alla villa di Bene, da quel momento questo territorio castellano avrebbe seguito la sorte di Sarmatorio.

 

L’aggregazione di una parte della comunità di Salmour alla villanova di Fossano, la cessione delle comunanze a quest’ultima località (come si è detto) e la forte presenza  signorile nel castello locale e negli altri due castelli del territorio impedirono un’ulteriore evoluzione del comune rurale, il cui funzionamento – vista l’assenza di organi deliberanti della comunità nel tardo medioevo –, riprende ad essere attestato solo in età moderna, quando nel 1563 la comunità rurale rivendica, negli atti di consegnarnento ai Savoia, il diritto di pascolare il bestiame nella località Pianbosco – a sud di Salmour sulla destra della Stura – che si trovava in territorio di Fossano (AST, Consegnamenti, vol. 423). Dal 1570 gli ordinati attestano senza ombra di dubbio il funzionamento del comune di Salmour (AC Salmour, Ordinati, vol. I).

 

La vitalità del comune è ben evidente nel 1638, quando la comunità è in lite con la contessa Tesauro, tutrice del conte Francesco, poiché quest’ultima non intende sottoporsi all’estimo per i beni allodiali. Un’altra lite, che vede contrapposti il comune e il conte Gabaleone risale al 1679: in quest’occasione il conte, oltre a non voler pagare le imposte per i beni allodiali accatastati – affermando che si tratta di beni feudali –, viola la proprietà dei privati, usufruendo indebitamente delle loro terre per il pascolo delle proprie bestie (evidentemente nel periodo del maggese), che secondo la consuetudine possono solo essere pascolate sulle terre di uso comune, ubicate nelle regioni Caretto, Bicocca. In occasione di quest’ultima lite si precisa che i beni feudali appartenenti al conte Gabaleone sono pari ai «due terzi e più del finaggio». Da parte sua il conte dichiara di possedere nel territorio di Salmour 1500 giornate di terra (circa 5,7 Kmq), il che significa che il territorio comunale misurava circa 8,5 Kmq, vale a dire – nonostante le trasformazioni subite nei secoli –, grosso modo, la stessa superficie delle terre che nel 901 erano state donate al vescovo di Asti.

 

Negli anni 1700-1701 riprendono le liti con il conte: questa volta alle motivazioni precedenti si aggiungono problemi di uso indebito delle acque per il mulino signorile.

 

Nel 1727 vengono definiti i confini con Cherasco, che sostanzialmente corrispondono a quelli attuali, tranne che per il settore del territorio oggi confinante con Narzole: questo tratto di confine si consolida nel 1802, dopo la separazione di Narzole da Cherasco (AC Salmour, vol. 151, Rubrica descrittiva degli atti archiviati nell’anno 1777; AC Cherasco, faldone 82, n. 1 [1 gennaio 1802]; faldone 83, n. 6 del 1727).

fonte: Regione Piemonte - Schede storico-territoriali dei comuni del Piemonte, Francesco Panero 1996

        
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